A Catanzaro è una leggenda, non soltanto per quello che ha saputo fare sul campo, ma soprattutto per il modo in cui si è sempre rapportato alla gente. Per tanti resta ancora oggi il “re del pallone”, ancora profondamente legato ai colori giallorossi. Ai nostri microfoni, Massimo Palanca ha parlato del momento del Catanzaro, della programmazione della società, del calcio italiano e di altri temi:
Sul Catanzaro: “È il terzo anno consecutivo che fa i playoff, e questo vuol dire che c’è continuità, c’è programmazione. Negli ultimi anni il Catanzaro ha fatto sempre bene, è stato un continuo crescendo per i giallorossi: significa che alle spalle c’è una società con idee chiare e un programma ben definito. Tutti gli allenatori che si sono avvicendati hanno fatto bene”.
Su Aquilani: “Quando si fa bene in Serie B, quest’ultima diventa un trampolino di lancio per arrivare in Serie A. Aquilani sta facendo questo percorso, e bravo a lui”.
Il giusto rapporto tra veterani e giovani: “Se c’è il giusto mix tra giovani e veterani è difficile fallire. La cosa più importante è che i veterani siano propensi ad aiutare i giovani, e questo tante volte non succede: vengono magari tenuti in seconda linea, invece no, bisogna farli sentire importanti. Il veterano serve per mantenere un certo equilibrio all’interno del gruppo, perché i giovani sono spesso propensi a fare cose che non vanno fatte e quindi vanno disciplinati. Secondo me non c’è un solo giocatore che abbia carisma su tutta la squadra, ma elementi come Brighenti, Antonini e Pigliacelli, solo per citarne alcuni, sono giocatori navigati”.
Sulla rivelazione Pittarello: “Era ora: un centravanti che fa due o tre gol all’anno non è un centravanti, deve cambiare ruolo. Lui però ha avuto continuità e soprattutto la forza morale per andare sempre avanti senza demoralizzarsi. In questo è stato bravo anche Aquilani”.
Sulla solidità della famiglia Noto: “La famiglia Noto sta facendo le cose bene e sta cercando di costruire un settore giovanile all’altezza. Ci vuole tempo, ma non bisogna abbandonare questo progetto: il futuro delle società è il settore giovanile, avere giocatori che possano integrare la rosa della prima squadra, altrimenti si spende troppo e male. Con ragazzi che conoscono già l’ambiente e la politica della società tutto può diventare più semplice”.
Continua Palanca: “Penso che il Catanzaro abbia tracciato una linea seria, basata sulla programmazione, ed è giusto continuare su questa strada. Non c’è bisogno di spendere tanto, bisogna spendere bene. Il Frosinone è sulla falsa riga del Catanzaro: il presidente è una persona seria, sa circondarsi di gente che capisce di calcio. Non bisogna prendere il primo avventuriero che passa, ma persone che sposino davvero la causa della squadra che li ingaggia”.
Un breve passaggio sui percorsi di Cosenza e Crotone: “È stata una buona stagione, ma alla prima difficoltà la squadra è andata in crisi, così come il Crotone. È un campionato dal profilo tecnico molto basso e alla prima vera difficoltà è arrivata l’eliminazione”.
Sulla Reggina: “A Reggio non ci sono imprenditori che abbiano davvero a cuore la Reggina. Adesso ci sarà la finale playoff e speriamo bene”.
Un passaggio sul Como, sua ex squadra, e poi un'analisi sulle difficoltà del calcio italiano: “A me sta bene: allenatore bravo, giocatori bravi, ma non c’è un giocatore italiano. Il calcio italiano ha difficoltà, ma non sta facendo nulla per risolvere queste problematiche. Ogni anno si fallisce a livello internazionale, ma nessuno si chiede il perché. Si va avanti senza cercare di porre rimedio a questa situazione”.
Infine, il paragone tra il movimento calcistico odierno e quello dei tempi in cui militava lo stesso Palanca:
“L’unica cosa del calcio italiano che è rimasta uguale è la forma del pallone, per il resto è cambiato tutto. Rispetto a quando giocavo io, ci sono aspetti che oggi funzionano meglio e altri molto meno. C’erano più passione e divertimento; adesso, ogni volta che si parla di un giocatore o di una società, l’aspetto economico viene messo davanti a tutto. Se non sbaglio, il 70-80% dei giocatori in Serie A sono stranieri, ma quelli davvero forti si contano sulle dita di una mano. Noi ci confrontavamo con gente che ha fatto crescere il calcio italiano. La cosa più grave è che non si fa niente per cambiare le cose: è il terzo Mondiale di fila senza l’Italia. È un sistema ormai alla deriva. Nel basket e nella pallavolo si prendono riferimenti da altri sport per far crescere il movimento; servono persone preparate, non inesperte. La Nazionale è la prova più evidente di tutto questo”.
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