Intervenuto ai nostri microfoni, il giornalista ed economista Marcel Vulpis ha analizzato diversi temi legati al calcio italiano, dalla sostenibilità economica dei club alla gestione degli impianti sportivi, passando per il ruolo degli imprenditori, il futuro del calcio di provincia, la crisi della Nazionale e le prospettive della Reggina nell'eventuale era Lotito. Una riflessione articolata che parte dai conti dei club per arrivare ai problemi strutturali dell'intero movimento.

La sostenibilità economica dei club:

“La sostenibilità economica dei club di calcio italiani è sempre un po' a rischio perché i costi degli stipendi, soprattutto quelli dei calciatori, sono molto alti. Mi ricordo che tanti anni fa Galliani fu il primo a parlare di austerity. Nel mondo del calcio, però, non mi pare che siano stati in molti a seguirlo. Da questo punto di vista, se non si abbattono i costi dei calciatori è difficile arrivare a un concetto concreto di sostenibilità. La stragrande maggioranza dei club italiani esiste perché esistono dei mecenati, che ovviamente non sono degli stupidi. Noto ha una sua struttura commerciale e marketing, ma se stanotte per esempio decidesse di non essere più il presidente del Catanzaro e di investire i propri soldi in altre attività, non credo che il Catanzaro avrebbe la forza di resistere all'infinito. Noto, così come Pasini dell'Union Brescia, sono investitori importanti che dispongono di grandi risorse economiche, Pasini probabilmente ancora più di Noto. Investono per passione, per relazioni, per legame con il territorio. Noto a Catanzaro, Pasini a Brescia e in generale nella propria area di riferimento hanno deciso di restituire qualcosa al territorio anche attraverso il calcio. Quello che dico sempre, però, è che i club non dovrebbero essere legati a esclusivamente a questi super personaggi. Perché il giorno in cui il magnate non dovesse essere più disponibile, per qualsiasi motivo, cosa succederà? Chiunque infatti può decidere in un determinato momento storico di fare anche investimenti differenti. Che fine farebbero questi club? Hanno la forza di resistere anche senza il magnate di turno? Secondo me no. 

Cercano di coprire una parte dei costi attraverso le attività commerciali, ma i diritti televisivi della Serie B, pur esistendo, non sono illimitati. In Serie C si arriva forse a 100 o 120 mila euro. Sicuramente il budget del Brescia di Pasini, arrivato fino alla finale playoff, non era di poco conto. La sostenibilità significa un'altra cosa: non avere per forza il magnate di turno, ma andare sul mercato, conoscere i propri costi e riuscire a coprirli con le risorse che si trovano sul territorio. Questa è la sostenibilità vera.Tutto il resto è mecenatismo, assolutamente legittimo, ma non ha nulla a che vedere con la sostenibilità economica”.

Il rapporto tra club e amministrazioni comunali:

“C'è un problema di fondo. Il periodo di riferimento di una consigliatura comunale è mediamente di cinque anni, al netto di eventuali rinnovi. Spesso ci sono cambi di colore politico o cambi di amministrazione. Questo non aiuta, perché magari stai per chiudere un progetto e il cambio del sindaco scombina tutto. È molto difficile trovare referenti stabili per più di quattro o cinque anni. Bisogna poi capire come l'amministrazione interpreta il ruolo o meglio ancora l’utilizzo dell'impianto pubblico. Lo considera un bene della collettività oppure semplicemente un'opera da mettere a reddito attraverso concessioni e autorizzazioni? Quando il sindaco è giovane, moderno e ha una visione di questo tipo, è più facile arrivare a una soluzione win-win per le parti coinvolte. Quando invece il primo cittadino non è nemmeno interessato al calcio, si rischia di restare per sempre con uno stadio fatiscente”.

I rischi della speculazione nel calcio:

“Il calcio può anche rappresentare un'opportunità per fare trading. Parliamo comunque di un bene che appartiene idealmente alla collettività e ai tifosi. Può succedere che una tifoseria non sia soddisfatta di una determinata cordata, che ne arrivi una seconda e che la prima, inizialmente non interessata al club, decida di venderlo. Lo acquista a 100 mila euro e magari lo rivende a 500 mila realizzando un ipotetico surplus economico. Sta succedendo troppo spesso. Quando un club diventa una carcassa, poi può arrivare chiunque, anche se per fortuna non sempre accade. Non tutti gli imprenditori sono pronti a entrare nel mondo del calcio. Non conoscono i regolamenti, le norme NOIF, non comprendono i meccanismi della giustizia sportiva e non sanno costruire relazioni istituzionali con la Federazione e con la Lega di riferimento. Questa incapacità di muoversi all'interno del sistema porta poi ai disastri che abbiamo visto negli ultimi anni a tutti i livelli”.

Il futuro del calcio di provincia:

“Io credo che oggi non ci sia più molto spazio per il calcio di provincia in Italia. Mancano le imprese e, soprattutto, manca il ritorno economico diretto. Se giochi tra la Serie B e la Serie C, a meno che tu non rappresenti una piazza molto calda o non abbia costruito un progetto altamente competitivo, è difficile ottenere numeri importanti. Ricordo la finale playoff tra Palermo e Padova di alcuni anni fa che riportò il Palermo in Serie B prima dell'ingresso nell'orbita del City Group. Il prezzo del biglietto per la gara di ritorno era compreso tra i 10 e i 50 euro. Ormai il ticketing, salvo poche eccezioni in Serie A, non rappresenta più una voce di bilancio determinante come accadeva in passato. La gente vuole assistere allo spettacolo. Prima dei playoff il Palermo aveva una media di circa 4.750 spettatori. Significava avere sugli spalti circa un palermitano ogni otto considerata la capienza potenziale dell’impianto. Quando arrivammo alla finale playoff, il rapporto diventò uno a cinque e realizzammo il sold out del Barbera. Staccammo 30 mila biglietti ma c’erano almeno altri 120 mila pronti ad entrare. La squadra era la stessa, ma durante la regular season non era riuscita a emozionare i tifosi. Quando è arrivata la finale, invece, tutti volevano esserci. Questo dimostra che il progetto sportivo continua a essere fondamentale per il ritorno commerciale, per il coinvolgimento dei tifosi e per le casse dei club. Alla fine parliamo di sport e di aggregazione”.

Stadi, sponsor e infrastrutture, il vero limite del calcio italiano:

“Le società fanno fatica ad attrarre brand internazionali perché gli stadi, nella maggior parte dei casi, fanno pietà. Se io sono un'azienda abituata a comparire su Mediaset, Rai o DAZN, non ho alcun piacere a spendere anche 10 mila euro per finire su un cartellone pubblicitario installato in uno stadio vecchio, magari con impianti e tecnologie ormai superati. I club devono investire. Devono crescere dal punto di vista sportivo, infrastrutturale e del marketing. Non si può pensare di competere a certi livelli senza un miglioramento complessivo della struttura societaria e degli impianti. Se io fossi il presidente di un club, un imprenditore magari anche di successo, partirei da un principio molto semplice: lo stadio te lo devi costruire tu. Sei tu che devi tirare fuori i soldi. Oggi i presidenti di calcio vogliono davvero fare industria nel pallone? Allora mettessero mano al portafoglio e investissero. È anche per questo motivo che non riusciamo ad avere nemmeno dieci stadi moderni su cento nel calcio professionistico. Questa è la realtà. Molti stanno aspettando che arrivi qualche imprenditore dagli Stati Uniti o dall'Arabia Saudita disposto a costruire uno stadio e a consentire loro di divertirsi la domenica facendosi chiamare presidente. Questa categoria di fessi, però, non esiste. L'Italia continua a essere superficiale su questo tema e non ha ancora compreso le logiche dell'industria sportiva. La casa del club è tua, non mia. Non esiste un costruttore che ti realizza uno stadio gratuitamente. Chi sarebbe disposto a farlo? Solo in Italia si può immaginare una cosa del genere. Alcune situazioni mi lasciano davvero basito. Poi, però, i disastri arrivano e sono sotto gli occhi di tutti. A un certo punto scatta un campanello d'allarme e ti accorgi che quel club è stato venduto. Se vai a vedere le ragioni della vendita, spesso scopri che dietro c'era una gestione inadeguata o un presidente che non aveva capito fino in fondo il contesto nel quale si trovava ad operare”.

Noto, Vrenna e Guarascio: tre modelli differenti:

“Noto è sicuramente un mecenate. Si è caricato sulle spalle un problema della collettività che avrebbe tranquillamente potuto ignorare, considerando che il suo business principale è quello della grande distribuzione. È chiaramente un grandissimo tifoso del Catanzaro e un appassionato autentico. Tuttavia non credo che possa aspettare cinquant'anni per vedere il Catanzaro in Serie A. La famiglia Vrenna, invece, appare maggiormente orientata verso un progetto di crescita strutturata del club. Anche perché lì c'è il figlio che rappresenta il primo tifoso e che vive il progetto in maniera molto intensa. Guarascio, dal canto suo, sta cercando di fare calcio professionistico in un contesto complicato. Non è semplice. Se un giorno dovesse decidere di lasciare, non mi sorprenderei. Quando stai tanti anni nel calcio e hai investito, dopo un po' può subentrare una certa stanchezza. O riesci ad arrivare in Serie A e a consolidarti, oppure rischi di entrare in una spirale molto pericolosa. Basta guardare quanti club sono passati nel giro di pochi anni dalla Serie A alla Serie C”.

Il modello americano e il declino del calcio italiano:

“Io continuo a pensare che il modello americano delle leghe sia intelligente e moderno. Gli americani hanno impostato il sistema in maniera molto chiara: a loro interessa sapere se hai le risorse economiche necessarie per stare all'interno della Lega (la Major League Soccer). Non conta soltanto il risultato sportivo. Tu compri una quota del sistema attraverso il tuo club e sviluppi il tuo business. Tutti i soggetti presenti partono con una capacità economica comparabile. Nella MLS non potrebbe entrare qualcuno che semplicemente decide di provare a fare calcio. Devi essere un miliardario certificato e devi dimostrare di avere una struttura economica adeguata a partire da impianti di ultima generazione. Per questo motivo ritengo che la MLS, nel giro di cinque anni, rischi seriamente di superare la Serie A. Cinque anni, non di più . Noi siamo un movimento che sta vivendo una fase di declino che considero ormai (forse) irreversibile. Vedo le stesse facce da 30 anni. E il principale indicatore di questo declino è la Nazionale”.

La crisi della Nazionale italiana:

“Sono sedici anni che il calcio italiano vive enormi difficoltà sul piano internazionale. Il problema non è soltanto qualificarsi al prossimo Mondiale che si giocherà tra Spagna, Portogallo e Marocco. Da appassionato e da addetto ai lavori io do per scontato che l'Italia si qualifichi. Stiamo parlando di una Nazionale che ha vinto quattro Mondiali. C'è un altro aspetto che in pochi hanno sottolineato. Non solo siamo rimasti fuori, ma siamo rimasti fuori in un momento in cui la FIFA ha allargato il torneo da 32 a 48 squadre. Questo rende il fallimento ancora più grave. Ho letto spesso che l'Italia sarebbe stata sfortunata. Non sono d'accordo. La FIFA ha ampliato il numero delle partecipanti, non lo ha ridotto. Se non riesci a qualificarti in queste condizioni, il problema sei tu. Mi aspetto che il prossimo presidente federale, chiunque esso sia, consideri la qualificazione un fatto normale e scontato. Quello che deve pretendere è una Nazionale competitiva. Almeno agli ottavi di finale dobbiamo arrivarci altrimenti e’ comunque un fallimento. Essere competitivi è un dovere per una Nazionale blasonata che rappresenta un movimento con oltre un milione e quattrocentomila tesserati. Non è normale che un sistema di queste dimensioni non riesca a produrre venticinque giocatori capaci di competere ad alto livello. Se non ti qualifichi, hai fallito. Ma attenzione: ormai si sta diffondendo l'idea che il semplice accesso al Mondiale rappresenti il traguardo. Non è così. Se ti qualifichi e poi vieni eliminato dopo tre partite, cosa cambia? Dopo dieci giorni sei comunque a casa. Vedo questa sorta di leggenda metropolitana secondo cui l'obiettivo sarebbe semplicemente tornare ai Mondiali. Ma esiste davvero un'alternativa? Per una Nazionale come l'Italia, la qualificazione dovrebbe essere il punto di partenza, non quello di arrivo. Anche il messaggio di Infantino era chiarissimo: organizzatevi, strutturatevi e costruite un progetto sportivo che vi consenta di qualificarvi e di competere. Non si possono continuare ad allargare i Mondiali all'infinito soltanto per facilitare l'accesso all'Italia. A un certo punto bisogna assumersi le proprie responsabilità. La qualificazione è un obiettivo minimo. Io voglio vedere cosa sai fare durante il Mondiale. Mi interessano gli ottavi, i quarti di finale, le semifinali e la finale. Quelli sono i palcoscenici nei quali una Nazionale come l'Italia dovrebbe stare. Se non ci sei, hai fallito…Ma sono sicuro che Malago superata la tornata elettorale parta immediatamente con il turbo. Ci vuole subito una guida di livello . E’ la base del futuro progetto, ma servono anche altri correttivi”.

Ad esempio? Serve una riorganizzazione completa del sistema:

“Siamo infatti arrivati al punto che manca una figura fondamentale: il selezionatore. Bisogna tornare a fare quello che faceva Enzo Bearzot, che era prima di tutto un selezionatore. Oggi sembra che basti il nome dell'allenatore per risolvere ogni problema. Sembra che se arriva Mancini si vinca automaticamente un Mondiale, ma non è così. Agli Europei si è trovato a disposizione gli ultimi anni di alcune stelle assolute come Chiellini e Bonucci. Quelle condizioni oggi non esistono più. Guardiamo anche un altro dato. Gli unici italiani che giocano stabilmente all'estero ad altissimo livello sono Tonali e Donnarumma. Questo significa che il calcio internazionale non considera più il giocatore italiano come un riferimento assoluto. Il problema, ancora una volta, non è la qualificazione. Il problema è la competitività del gruppo come dei singoli giocatori. Serve una riorganizzazione completa del movimento. Recentemente ho osservato alcuni programmi di allenamento della Corea del Sud. Parliamo di metodologie tecniche e tecnologiche di altissimo livello che non vedo in Italia. Molte Nazionali stanno crescendo rapidamente e stanno investendo in innovazione. Noi, invece, continuiamo a discutere di problemi che avremmo dovuto risolvere anni fa”.

Lotito, la Reggina e il futuro:

“Lotito è un imprenditore che ha sempre dimostrato di saper mettere insieme costi e ricavi. Detto questo, credo sia difficile immaginare che la Lazio possa vincere un campionato nei prossimi dieci o quindici anni. Dovrebbe fare infatti altri investimenti che al momento non vedo. Tuttavia Lotito sa muoversi molto bene all'interno del sistema calcio. Devo ancora capire fino in fondo perché abbia scelto Reggio Calabria, ma stiamo parlando di una piazza storica e di un marchio che conserva ancora un valore importante. La Reggina è un brand che, se riportato in Serie A, potrebbe garantire ogni domenica importanti introiti nelle gare casalinghe. Naturalmente, per essere competitivi bisogna spendere. E bisogna spendere tanto. Non credo che Lotito possa fare calcio champagne a Reggio Calabria e poi limitarsi a sopravvivere a Roma. La priorità, inevitabilmente, resterà sempre e comunque la Lazio. Sarà però interessante capire quale tipo di progetto avrà in mente per la Reggina e fino a che punto sarà disposto a investire per riportarla ai livelli che una piazza del genere merita”.

Sezione: Primo piano / Data: Lun 22 giugno 2026 alle 08:45
Autore: Rosario Cardile
vedi letture