di ANTONIO LUDOVICO
C’erano tempi in cui una partita di calcio veniva definita un “dramma agonistico”, tempi che si consumavano tra campi polverosi, palloni pesanti come un macigno e difensori ruvidi come fabbri.
Ma erano anche tempi ricchi di poesia, di singoli gesti tecnici che valevano da soli il costo del biglietto, di trame collettive che grandi giornalisti del passato riuscivano a tramutare in pezzi d’antologia. Il tutto, senza televisioni HD, dirette streaming, dibattiti noiosi, interminabili moviole, pedanti opinionisti.
Niente di tutto questo faceva capolino nei mitici anni settanta, un’era in cui i filtri erano sconosciuti, le piattaforme da inventare, un modo semplice e diretto per obbligare ogni potenziale tifoso a frequentare l’unico posto disponibile per gustare lo spettacolo più bello del mondo: lo stadio.
Ed è inutile aggiungere che la storia di Giorgio Vignando s’incastona perfettamente in quegli anni di apologia e parodia, di sacro e profano, di retorica e asciuttezza, quasi a voler rappresentare la storia di un uomo che la domenica si trasformava in una “speranza schierata su un prato verde”.
Speranza che si traduceva in chilometri di corsa, in takle possenti, in ripiegamenti rapidi, insomma tutto l’armamentario in dote al buon centrocampista.
I catanzaresi serbano tuttora un buon ricordo di quel giovanotto acquistato dall’ Atalanta, nonostante non abbia disputato tantissime stagioni e ciò per tre semplici ragioni: per la sua infinita generosità, per quell’aria da guerriero buono e poi perché le sue sgroppate davano la beata illusione di una classe operaia che talvolta riusciva ad andare in paradiso.
Sfiorò la serie A nel campionato ‘74/75, allorquando i giallorossi persero un maledetto spareggio in quel di Terni contro il Verona; si riprese la gloria con gli interessi l’anno successivo grazie ad una cavalcata trionfale che decretò il secondo approdo nella massima serie delle aquile di Gianni Di Marzio;
debuttò nell’Olimpo del calcio a 30 anni suonati siglando persino il suo unico gol nella partita d’esordio contro la Roma il 7 novembre del 1976. E poi, particolare di non poco conto: quel ragazzotto veneto giocò sempre titolare nei due tornei cadetti e collezionò diverse apparizioni nella massima serie.
Il tutto, condito sempre con prestazioni di sostanza, di grande altruismo, di freschezza e di muscoli, su e giù per le corsie laterali trascinando i propri bianchi muscoli fino all’area avversaria, caratteristiche che gli consentirono anche di vestire la maglia azzurra contro l’Inghilterra (l’Under 23 per esattezza).
Cresciuto nelle giovanili del Torino, disputò campionati importanti con Empoli, Reggiana e Atalanta (con gente come Gaetano Scirea e Antonio Percassi), dove si distinse, tra l’altro, per essere un cecchino infallibile dagli undici metri, per poi approdare alla corte di Nicola Ceravolo, il quale, come un cane da tartufo, si aggiudicò le prestazioni di quel centrocampista mille polmoni che tanta gola faceva a mister Gianni Di Marzio.
Ma di Giorgio Vignando i tifosi giallorossi s’innamorarono, come avviene solo in rare occasioni, anche una seconda volta. Mi riferisco ad un articolo che lo stesso giocatore di Jesolo pubblicò qualche anno addietro, forse affetto da quella strana malattia meglio conosciuta col nome di nostalgia.
Un articolo che risuonò tanto come una dichiarazione d’amore per il Catanzaro, uno di quegli scritti che non possono non rimanere impressi nella memoria di chi li legge e che fortificarono il già saldo legame con la squadra giallorossa: “Cha cha cha, capolavoro e serie A, come un ritornello che scardina il futuro, lo sentivi l’orgoglio che arrivava a zaffate, ne avvertivi l’odore che riempiva le strade...”.
Morì troppo presto quel giovane guerriero, il quale preferì a fine carriera allontanarsi dalle luci della ribalta, distante per vocazione dalle vetrine, sempre aggrappato al fascino degli stadi di periferia, così come una cozza rimane attaccata al suo scoglio. Per quanto mi riguarda, un grande. Senza se e senza ma.
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