di ANTONIO LUDOVICO
Se a qualsiasi italiano di sesso maschile si dovesse accennare il meraviglioso borgo di Città di Castello, non perderà tempo ad associare la cittadina umbra a quella splendida figliola che di nome fa Monica Bellucci.
Ma se la stessa domanda la fai ad un tifoso catanzarese, mai e poi mai ti darà quella risposta. Ti dirà tutto d’un fiato: la città di Banelli, il protagonista delle tre promozioni.
Confesso che sono di parte, confesso una particolare amicizia ed innata simpatia per questo autentico galantuomo del pallone, per questo baluardo invalicabile ed insostituibile delle Aquile giallorosse, nonostante un fisico non proprio da corazziere.
Quindi è probabile che ciò che scriverò sarà dettato sì dalle fredde cronache calcistiche, ma l’inchiostro sarà certamente intinto nel cuore.
Forse non tutti sanno che la “colpa” fu di Rambone, questo guascone napoletano che a pallone ci sapeva fare: infatti fu proprio lui a suggerire al Presidente Ceravolo di acquistare quella giovane promessa che aveva militato solo nella squadra dilettantistica della sua cittadina.
Ed il Presidentissimo colse al volo l’occasione, complice anche un fiuto degno di un cane da tartufo. Non se pentì mai!
Banelli arrivò sui tre colli a 19 anni e, praticamente, non se n’è più andato: mise le tende, formò famiglia, disputò qualcosa come 12 campionati, fece tantissimi gol, fu protagonista, come detto, di ben tre promozioni; poi fece anche l’allenatore, s’invento’ un lavoro lontano dai campi di gioco, insomma s’integro’ perfettamente con la città del vento e i suoi abitanti.
Quando fu acquistato, si pensò che fosse un libero, ma in quel ruolo giocò pochissimo, poiché avanzò di qualche metro per dare una mano in mediana, ma in tutta sincerità, era uno di quei giocatori eclettici che potevano occupare qualsiasi zona del campo, quindi una fortuna per ogni allenatore.
Lo mettevi terzino e te lo ritrovavi lesto in zona gol, persino in modalità aerea, lo inserivi a metà campo ed era sempre nel vivo del gioco, con puntuali appuntamenti sottorete. Era l’essenzialità fatta persona, la disciplina coniugata al verbo calcistico, la concretezza come imperativo categorico.
Ed infatti, nessuno osò mai relegarlo in panca, vuoi nella massima serie, dove realizzò gol importanti, vuoi nella cadetteria.Perché un mediano dai piedi buoni ti serve in ogni frangente, perché un soldato che conosce ogni zolla del campo come fosse casa sua te lo ritrovi nei momenti difficili.
E Adriano era tutto questo, un geometra del pallone, un cervello raffinato e rude al punto giusto che sapeva mettere i tacchetti nella giusta direzione, un radar calcistico come pochi che collezionò ben 270 presenze con i giallorossi e 28 reti.
Incrociò i tacchetti con gente come Oriali, Tardelli, Mazzola, Rivera, Furino, uscendone sempre a testa alta, segnò a squadre come Inter e Sampdoria, fu protagonista di cavalcate irresistibili dalla serie B verso la massima serie.
Una carriera contrassegnata da successi, spareggi vinti, permanenze sofferte e qualche retrocessione indolore, il tutto con la solita aria da gentleman inglese e senso della disciplina.
Quando scese sui tre colli, lo soprannominarono “Pisellino”, come il compagno di Braccio di Ferro, ma quel riccioluto di minuto aveva sì il fisico, ma non la testa, tanto è vero che la sua incredibile disciplina tattica conquistò allenatori come Di Marzio, Mazzone, Seghedoni, non sempre teneri con i propri giocatori.
E poi, il bell’Adriano fu protagonista della storia d’amore più commovente coniugata ad una partita di calcio: come dimenticare infatti quel matrimonio con la catanzarese Anna proprio il giorno della gara decisiva per lo spareggio per la serie A? E con un suo gol decisivo al Palermo? Roba da sogno, qualcosa che solo un pazzoide avrebbe potuto immaginare in quel lontano 22 giugno 1975.
Le cronache locali narrano che Don Giorgio Bonapace dovette calmare gli entusiasti tifosi accorti in chiesa, pronti a scambiare l’amor sacro per l’amor profano, con striscioni, sciarpe e bandiere.
Storie che somigliano tanto alle favole, vicende che impressero un marchio indissolubile tra quel giovane umbro e la città di Catanzaro. Una città che non dimentica, che sa essere accogliente, che sa coccolare i suoi ospiti, che mastica bene la difficile arte della riconoscenza .
Così Adriano Banelli entrò di diritto nella hall of fame giallorossa, non solo per meriti sportivi, ma anche perché non abbandonò mai più quel capoluogo calabrese con cui decretò una storia d’amore che permane tuttora. Chapeau.
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